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dicembre 2009
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16)
La luce si manifesta nelle “opere buone”. Essa risplende attraverso le opere buone che compiono i cristiani.
Mi dirai: ma non solo i cristiani compiono opere buone.
Altri collaborano al progresso, costruiscono case, promuovono la giustizia… Hai ragione. Il cristiano certamente fa e deve fare anche lui tutto questo, ma non è solo questa la sua funzione specifica. Egli deve compiere le opere buone con uno spirito nuovo, quello spirito che fa sì che non sia più lui a vivere in se stesso, ma Cristo in lui.
L’evangelista, infatti, non pensa solo a degli atti di carità isolati (come visitare i prigionieri, vestire gli ignudi o come tutte le opere di misericordia attualizzate alle esigenze di oggi) ma pensa all’adesione totale della vita del cristiano alla volontà di Dio, così da fare di tutta la propria vita un’opera buona.
Se il cristiano fa così, egli è “trasparente” e la lode che si darà per quanto compie non arriverà a lui, ma a Cristo in lui, e Dio, attraverso di lui, sarà presente nel mondo. Il compito del cristiano è dunque lasciar trasparire questa luce che lo abita, essere il “segno” di questa presenza di Dio fra gli uomini.
“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”
Se l’opera buona del singolo credente ha questa caratteristica, anche la comunità cristiana in mezzo al mondo deve avere la medesima specifica funzione: rivelare attraverso la sua vita la presenza di Dio, che si manifesta là dove due o tre sono uniti nel suo nome, presenza promessa alla Chiesa fino alla fine dei tempi.
La Chiesa primitiva dava grande rilievo a queste parole di Gesù. Soprattutto nei momenti difficili, quando i cristiani venivano calunniati, allora li esortava a non reagire con la violenza. Il loro comportamento doveva essere la migliore confutazione del male che si diceva contro di loro.
Si legge nella lettera a Tito: “Esorta i più giovani ad essere assennati, offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro” .
“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”
E’ la vita cristiana vissuta che è luce anche al giorno d’oggi per portare gli uomini a Dio.
Ti narro un fatterello.
Antonietta è sarda, ma per lavoro s’è portata in Francia, a Grenoble. E’ impiegata in un ufficio dove molti non hanno voglia di lavorare. Poiché è cristiana e vede in ciascuno Gesù da servire, aiuta tutti ed è sempre calma e sorridente. Spesso qualcuno si arrabbia, alza la voce e si sfoga con lei, prendendola in giro: “Giacché hai voglia di lavorare, prendi, batti a macchina anche il mio lavoro!”.
Lei tace e sgobba. Sa che non sono cattivi. Probabilmente ognuno ha i suoi crucci.
Un giorno il capufficio va da lei mentre gli altri sono assenti e le chiede: “Ora mi deve dire come fa a non perder mai la pazienza, a sorridere sempre”. Lei si schermisce dicendo: “Cerco di stare calma, di prendere le cose dal verso buono”.
Il capufficio batte un pugno sulla scrivania ed esclama:
“No, qui c’entra Dio sicuramente, altrimenti è impossibile! E pensare che a Dio io non ci credevo!”.
Qualche giorno dopo Antonietta è chiamata in direzione, dove le dicono che sarà trasferita in un altro ufficio “affinché – continua il direttore – lo trasformi come ha fatto con quello dov’è ora”.
“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”
Chiara Lubich
novembre 2009
“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un
ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Mt 19,24) […]
Ti fa una certa impressione questa frase?
Penso che hai ragione di rimanere perplesso e di pensare a quanto è opportuno
che tu faccia. Gesù non ha detto niente per modo di dire. E’ necessario quindi
prendere queste parole sul serio, senza volerle annacquare.
Ma cerchiamo di capire il vero senso di esse da Gesù stesso, dal suo modo di
comportarsi con i ricchi. Egli frequenta anche persone benestanti. A Zaccheo,
che dà soltanto metà dei suoi beni, dice: la salvezza è entrata in questa casa.
Gli Atti degli Apostoli testimoniano inoltre che nella Chiesa primitiva la
comunione dei beni era libera e quindi che la rinuncia concreta a tutto quanto
si possedeva non era richiesta.
Gesù non aveva dunque in mente di fondare soltanto una comunità di persone
chiamate a seguirlo […], che lasciano da parte ogni ricchezza.
Eppure dice:
“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”
Cosa condanna allora Gesù? Non certamente i beni di questa terra in sé, ma il
ricco attaccato ad essi.
E perché?
E’ chiaro: perché tutto appartiene a Dio e il ricco invece si comporta come se
le ricchezze fossero sue.
Il fatto è che le ricchezze prendono facilmente nel cuore umano il posto di Dio
e accecano e facilitano ogni vizio. Paolo, l’Apostolo, scriveva: “Coloro che
vogliono arricchire cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie
insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione.
L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo
sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi
tormentati con molti dolori” .
Già Platone aveva affermato: “E’ impossibile che un uomo straordinariamente
buono sia a un tempo straordinariamente ricco”.
Quale allora l’atteggiamento di chi possiede? Occorre che egli abbia il cuore
libero, totalmente aperto a Dio, che si senta amministratore dei suoi beni e
sappia, come dice Giovanni Paolo II, che sopra di essi grava un’ipoteca sociale.
I beni di questa terra, non essendo un male per se stessi, non è il caso di
disprezzarli, ma bisogna usarli bene.
Non la mano, ma il cuore deve star lontano da essi. Si tratta di saperli
utilizzare per il bene degli altri.
Chi è ricco lo è per gli altri.
“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”
Ma forse dirai: io non sono ricco per davvero, quindi queste parole non mi
riguardano.
Fa’ attenzione. La domanda che i discepoli costernati hanno fatto a Cristo
subito dopo questa sua affermazione è stata: “Chi si potrà dunque salvare?” .
Essa dice chiaramente che queste parole erano rivolte un po’ a tutti.
Anche uno che ha tutto lasciato per seguire Cristo può avere il cuore attaccato
a mille cose. Anche un povero che bestemmia perché gli si tocca la bisaccia può
essere un ricco davanti a Dio.
Chiara Lubich
Questa Parola di vita è stata pubblicata originariamente nel luglio 1979
Ottobre 2009
“Perseveranza”. E’ questa la traduzione della parola originale greca, la
quale però è ricca di contenuto: include anche pazienza, costanza, resistenza,
fiducia.
La perseveranza è necessaria e indispensabile quando si soffre, quando si è
tentati, quando si è portati allo scoraggiamento, quando si è allettati dalle
seduzioni del mondo, quando si è perseguitati.
Penso che anche tu ti sia trovato in almeno una di queste circostanze ed abbia
sperimentato che, senza perseveranza, avresti potuto soccombere. A volte forse
hai ceduto. Ora magari, proprio in questo momento, ti trovi immerso in qualcuna
di queste dolorose situazioni.
Ebbene, che fare?
Riprenditi, e… persevera.
Altrimenti il nome di “cristiano” non ti si addice.
Lo sai: chi vuol seguire Cristo deve prendere ogni giorno la sua croce, deve
amare, almeno con la volontà, il dolore. La vocazione cristiana è una vocazione
alla perseveranza.
Paolo, l’Apostolo, mostra alla comunità la sua perseveranza come segno di
autenticità cristiana.
E non teme di metterla sul piano dei miracoli.
Se si ama la croce poi e si persevera si potrà seguire Cristo che è in Cielo e
quindi salvarsi.
“Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”
Si possono distinguere due categorie di persone: quelle che sentono l’invito
ad essere veri cristiani, ma quest’invito cade nelle loro anime come il seme su
una pietraia. Tanto entusiasmo, simile a fuoco di paglia, e poi non rimane
nulla.
Le seconde invece accolgono l’invito, come un buon terreno accoglie il seme. E
la vita cristiana germoglia, cresce, supera difficoltà, resiste alle bufere.
Queste hanno la perseveranza e… “con la vostra perseveranza salverete le vostre
anime”
Naturalmente, se vuoi perseverare non ti basterà
appoggiarti solo sulle tue forze.
Ti occorrerà l’aiuto di Dio.
Paolo chiama Dio: “Il Dio della perseveranza” .
E’ a Lui dunque che devi chiederla ed Egli te la darà.
Perché se sei cristiano non ti può bastare l’essere stato battezzato o qualche
sporadica pratica di culto e di carità. Ti occorrerà crescere come cristiano. E
ogni crescita, in campo spirituale, non può avvenire se non in mezzo alle prove,
ai dolori, agli ostacoli, alle battaglie.
C’è chi sa perseverare per davvero: è colui che ama. L’amore non vede ostacoli,
non vede difficoltà, non vede sacrifici. E la perseveranza è l’amore provato.
Maria è la donna della perseveranza.
Chiedi a Dio che ti accenda nel cuore l’amore per Lui; e la perseveranza, in
tutte le difficoltà della vita, ti verrà di conseguenza, e con essa avrai
salvato l’anima tua.
“Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”
Ma c’è di più. La perseveranza è contagiosa. Chi è perseverante incoraggia
anche gli altri ad andare fino in fondo.
Puntiamo in alto. Abbiamo una sola vita e breve anche questa. Stringiamo i denti
giorno dopo giorno, affrontiamo una difficoltà dietro l’altra per seguire
Cristo… e salveremo le nostre anime.
Chiara Lubich
Settembre 2009
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33)
Tutto il Vangelo è una rivoluzione. Non c’è parola di
Cristo che assomigli a quella degli uomini. Senti questa: “Cercate prima il
regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose (le necessità della vita)
vi saranno date in aggiunta”
La prima preoccupazione dell’uomo, in genere, è la ricerca ansiosa di ciò che è
necessario per dare sicurezza alla sua esistenza. Forse è così anche per te.
Ebbene Gesù ti mette di fronte al “suo” modo di vedere e ti offre un suo modo di
agire. Ti domanda un comportamento totalmente diverso da quello usuale, e da
tenersi non una sola volta, ma sempre. E’ questo: cercare prima il regno di Dio.
Quando sarai orientato con tutto il tuo essere verso Dio e farai di tutto perché
egli regni (cioè governi la tua vita con le sue leggi) dentro di te e negli
altri, il Padre ti darà ciò di cui hai bisogno giorno per giorno.
Se invece ti preoccupi innanzitutto di te stesso, finisci col curarti
principalmente delle cose di questo mondo e cadi vittima di esse. Finisci col
vedere nei beni di questa terra il “tuo” vero problema, il “fine” di tutti i
tuoi sforzi. E ti nasce dentro la grave tentazione di contare unicamente sulle
tue forze e di fare a meno di Dio.
“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi
saranno date in aggiunta”
Gesù capovolge la situazione. Se prima tua preoccupazione
sarà Lui, vivere per Lui, allora il resto non costituirà più il problema
principale della tua esistenza, ma una “aggiunta” o un “sovrappiù”.
Utopia? Parola irrealizzabile per te, uomo moderno, oggi, in un mondo
industrializzato dove vige la concorrenza e che è spesso in crisi economica? Ti
ricordo semplicemente che le difficoltà concrete di sussistenza per la gente di
Galilea, non erano molto minori quando Gesù pronunciò queste parole.
Non è questione di utopia o meno, Gesù ti pone dinanzi all’impostazione
fondamentale della tua vita: o vivi per te, o vivi per Dio.
Ma cerchiamo ora di capire bene questa parola:
“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.
Gesù non ti esorta all’immobilismo, alla passività per le cose terrene, ad
una condotta irresponsabile o superficiale nel lavoro.
Gesù vuole cambiare la “preoccupazione” in “occupazione”, togliendoti l’ansia,
la paura, l’inquietudine.
Egli dice infatti: “cercate ‘prima’ il regno…”.
Il senso di “prima” è “sopra ogni cosa”. La ricerca del regno di Dio è messa al
primo posto e non esclude che il cristiano debba anche occuparsi delle necessità
della sua vita.“Cercare il regno di Dio e la sua giustizia”, poi, significa
avere una condotta conforme alle esigenze di Dio manifestate da Gesù nel suo
Vangelo.
Soltanto cercando il regno di Dio, il cristiano sperimenterà la potenza
meravigliosa del Padre in suo favore.
Ti narro un episodio.
E’ di tempo fa, eppure appare di una incredibile attualità. Conosco infatti
numerosi ragazzi e giovani che si comportano ora come agiva quella ragazza.
Si chiamava Elvira. Frequentava le magistrali. Era povera. Solo una media alta
le poteva assicurare il proseguimento degli studi. Possedeva una fede forte. Il
suo professore di filosofia era ateo, cosicché non di rado mostrava le verità su
Cristo e sulla Chiesa sfocate, se non deformate. Il cuore della ragazza bolliva.
Non per sé, ma per l’amore a Dio, alla verità e alle sue compagne. Pur conscia
che contraddicendo il professore avrebbe potuto avere un cattivo voto, ciò che
sentiva dentro era più forte di lei. Alzava la mano in ogni occasione, domandava
la parola: “Non è vero, professore”. Forse qualche volta non avrà avuto tutti
gli argomenti per controbattere le disquisizioni del professore, ma in quel “non
è vero” c’era la sua fede, che è dono di verità e fa pensare.
Le compagne, che l’amavano, cercavano di dissuaderla dai suoi interventi perché
non le fossero dannosi. Ma non riuscivano.
Passano alcuni mesi. E’ l’ora di distribuire la pagella. La ragazza la prende e
trema. Poi un tuffo di gioia. Dieci! Il massimo voto.
Aveva cercato innanzitutto che Dio e la sua verità regnassero e il resto era
venuto in sovrappiù.
“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”
Se anche tu cercherai il regno del Padre, sperimenterai che Dio è Provvidenza per tutte le esigenze della tua vita. Scoprirai la normale straordinarietà del Vangelo.
Chiara Lubich
Pubblicata per la prima volta nel maggio 1979
Parola di vita agosto 2009
Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1)
Sai quando il Vangelo riporta questa frase? La scrive l’evangelista Giovanni
prima che Gesù si accinga a lavare i piedi ai suoi discepoli e si prepari alla
sua passione.
Negli ultimi momenti che vive con i suoi Gesù manifesta in modo supremo e più
esplicito l’amore che da sempre nutriva per loro.
"Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine".
Le parole "sino alla fine" significano: fino alla fine della sua vita, fino
all’ultimo respiro. Ma vi è anche in esse l’idea della perfezione. Vogliono
dire: li amò completamente, totalmente, con una intensità estrema, fino al
culmine.
I discepoli di Gesù rimarranno nel mondo mentre Gesù sarà nella gloria. Si
sentiranno soli, dovranno superare tante prove; proprio per quei momenti Gesù
vuole che siano sicuri del suo amore.
"Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine".
Non senti in questa frase lo stile di vita del Cristo, il suo modo di amare?
Lava i piedi ai discepoli. Il suo amore lo porta fino a questo servizio, a quel
tempo riservato agli schiavi. Gesù si sta preparando alla tragedia del Calvario
per dare ai "suoi" e a tutti, oltre le sue straordinarie parole, oltre gli
stessi suoi miracoli, oltre tutte le sue opere, anche la vita. Ne avevano
bisogno, il bisogno più grande che ha ogni uomo; quello di essere liberato dal
peccato, che significa dalla morte, e poter entrare nel regno dei cieli.
Dovevano aver pace e gioia nella Vita che non finisce più.
E Gesù si offre alla morte, gridando l’abbandono del Padre, fino al punto di
poter dire alla fine: "tutto è compiuto".
"Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine".
Vi è in queste parole la tenacia dell’amore d’un Dio e la dolcezza
dell’affetto d’un fratello.
Anche noi cristiani, perché Cristo è in noi, possiamo amare così.
Ora però non ti vorrei proporre tanto di imitare Gesù nel morire (quand’era la
sua ora) per gli altri: non ti vorrei offrire, come necessari modelli, padre
Kolbe che muore al posto d’un fratello prigioniero, né padre Damiano che,
divenuto lebbroso con i lebbrosi, muore con loro e per loro.
Può darsi che mai, nel corso degli anni, ti sia chiesto di offrire la tua vita
fisica per i fratelli. Ciò che Dio però certamente ti domanda è di amarli fino
in fondo, fino alla fine, fino al punto che anche tu possa dire: "tutto è
compiuto".
Così ha fatto la piccola Cetti, di 11 anni, di una città italiana. Ha visto
la sua amichetta e compagna Giorgina, della stessa età, molto triste. Vuole
tranquillizzarla, ma non ci riesce. Vuol allora andare fino in fondo e sapere il
perché della sua angoscia. Le è morto il papà e la mamma l’ha lasciata sola
presso la nonna, andando a vivere con un altro uomo. Cetti intuisce la tragedia
e si muove. Chiede, pur piccola, alla compagna di poter parlare con la sua
mamma, ma Giorgina la prega di accompagnarla prima sulla tomba del suo papà.
Cetti la segue con grande amore e sente Giorgina implorare nel pianto il babbo
perché venga a prenderla.
A Cetti il cuore si spezza. C’è lì una piccola chiesa diroccata, entrano. Sono
rimasti soltanto un piccolo tabernacolo ed un Crocifisso. Cetti dice: "Guarda,
in questo mondo, tutto verrà distrutto, ma quel Crocifisso e quel tabernacolo
resteranno!". Giorgina, asciugandosi le lacrime, risponde: "Sì, hai ragione
tu!". Poi, con garbo, Cetti prende Giorgina per mano e l’accompagna dalla mamma.
Arrivata, con decisione le rivolge queste parole: "Guardi, signora, non sono
cose che riguardano me; ma io le dico che lei ha lasciato la sua figlia senza un
affetto materno di cui ha bisogno. E le dico ancora una cosa: che lei non sarà
mai in pace finché non l’avrà presa con sé e non si sarà pentita".
Il giorno dopo Cetti sostiene con amore Giorgina che ritrova a scuola. Ma ecco
il fatto nuovo: una macchina viene a prendere Giorgina: la guida la mamma. E da
quel giorno la macchina ritorna, perché Giorgina ormai vive con lei, che ha
abbandonato decisamente l’amicizia con quell’uomo.
Della piccola e grande azione di Cetti, si può dire "tutto è compiuto". Ha fatto
bene ogni cosa. Fino in fondo. E c’è riuscita.
Pensaci un po’. Quante volte hai incominciato a prenderti cura di qualcuno che
poi hai abbandonato, facendo tacere la tua coscienza con mille scuse? Quante
azioni hai iniziato con entusiasmo che poi non hai proseguito di fronte a
difficoltà che ti sembravano superiori alle tue forze?...
La lezione che oggi Gesù ti dà è questa:
"Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine".
Fa' così.
E se un giorno Dio ti chiedesse sul serio la vita, non tentennerai. I martiri
andavano alla morte cantando. E il premio sarà la più grande gloria, perché Gesù
ha detto che nessuno al mondo ha più grande amore di colui che versa il suo
sangue per i suoi amici.
Chiara Lubich
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma" (Lc 12,33)
Sei giovane e reclami una vita ideale, totalitaria, radicale? Senti Gesù.
Nessuno al mondo ti chiede tanto. Sei nell’occasione di dimostrare la tua fede e
la tua generosità, il tuo eroismo.
Sei maturo e brami un’esistenza seria, impegnata, ma sicura? O anziano e
desideri vivere i tuoi ultimi anni abbandonato a chi non inganna, senza
preoccupazioni che ti logorano? Vale anche per te questa parola di Gesù.
Essa conclude infatti una serie di esortazioni nelle quali Gesù ti invita a non
preoccuparti di ciò che mangerai e vestirai, esattamente come fanno gli uccelli
dell’aria che non seminano e i gigli del campo che non filano. Devi bandire
perciò dal tuo cuore ogni ansia per le cose della terra, perché il Padre ti ama
assai più degli uccelli e dei fiori, e pensa lui stesso a te.
Per questo ti dice:
"Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma".
Il Vangelo è, nel suo insieme ed in ogni sua parola, una richiesta totale
agli uomini di ciò che sono e di ciò che hanno.
Dio non domandava tanto prima che venisse Cristo. L’Antico Testamento
considerava un bene, una benedizione di Dio la ricchezza terrena e, se chiedeva
di far elemosina ai bisognosi, era per ottenere benevolenza dall’Onnipotente.
Più tardi, nel giudaismo, il pensiero della ricompensa nell’aldilà era diventato
più comune. Un re rispondeva a chi gli rimproverava di sperperare i suoi beni:
"I miei avi accumularono tesori per quaggiù, io invece ho accumulato tesori per
lassù". […].
Ora l’originalità della parola di Gesù sta nel fatto che lui ti chiede il dono
totale, ti domanda tutto. Vuole che tu sia un figlio spensierato, senza
preoccupazioni per il mondo, un figlio che si appoggia soltanto su di lui.
Egli sa che la ricchezza è un enorme ostacolo per te, perché essa occupa il tuo
cuore, mentre egli vuole avere tutto lo spazio per sé.
Ecco quindi la raccomandazione:
"Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma".
E se non puoi disfarti dei beni materialmente, perché sei legato ad altre
persone, o perché la tua posizione ti obbliga ad un contorno dignitoso ed
adeguato, certamente devi staccarti dai beni spiritualmente ed essere nei loro
confronti un semplice amministratore. Così, mentre tratti con la ricchezza ami
gli altri e, amministrandola per loro, ti fai un tesoro che il tarlo non corrode
e il ladro non porta via.
Ma sei certo che devi tenere tutto? Ascolta la voce di Dio dentro di te;
consigliati, se non sai decidere. Vedrai quante cose superflue troverai fra ciò
che hai. Non tenerle. Dà, dà, a chi non ha. Metti in pratica la parola di Gesù:
"Vendi… e dà". Così riempirai le borse che non invecchiano.
E’ logico che per vivere nel mondo occorra interessarsi anche di denaro, anche
di roba. Ma Dio vuole che ti occupi, non che ti preoccupi. Occupati di quel
minimo che è indispensabile per vivere secondo il tuo stato, secondo le tue
condizioni. Per il resto:
"Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma".
Paolo VI era veramente povero. Lo ha testimoniato il modo col quale ha voluto
essere sepolto: in una povera bara, nella vera terra. Poco prima di morire aveva
detto a suo fratello: "Da tempo ho preparato le valigie per quell’impegnativo
viaggio".
Ecco, questo devi fare: preparare le valigie.
Ai tempi di Gesù si chiamavano forse borse. Preparale giorno per giorno.
Riempile più che puoi di ciò che può essere utile agli altri. Hai veramente ciò
che dai. Pensa a quanta fame c’è nel mondo. A quanta sofferenza. A quanti
bisogni…
Riponivi anche ogni atto d’amore, ogni opera in favore dei fratelli.
Compi queste azioni per lui. Diglielo nel tuo cuore: per Te. Ed adempile bene,
con perfezione. Sono destinate al Cielo, rimarranno per l’eternità.
Chiara Lubich
Parola di vita, marzo 1979, pubblicata per intero in Essere la Tua Parola. Chiara Lubich e cristiani di tutto il mondo, vol. I, Città Nuova, Roma 1980, pp.189-191.
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"Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla" (Gv 15,5)
giugno 2009
Immagini un tralcio staccato dalla vite? Non ha futuro, non
ha più alcuna speranza, non ha fecondità e non gli resta che seccare ed essere
bruciato. Pensa a quale morte spirituale sei destinato, come cristiano, se non
rimani unito a Cristo. Fa spavento!
E’ la sterilità completa, anche se sgobbi da mattina a sera, anche se credi di
essere utile all’umanità, anche se gli amici ti applaudono, anche se i beni
terrestri crescono, anche se fai sacrifici notevoli.
Tutto questo avrà un senso per te sulla terra, ma non ha nessun significato per
Cristo e per l’eternità. Ed è quella la vita che più importa.
leggi
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“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso,
prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”
(Lc
9,23)
Non credere che, perché sei nel mondo, tu possa nuotarvi come un pesce nell’acqua.
Non credere che, perché il mondo t’entra in casa attraverso certe radio e la televisione, tu sia autorizzato ad ascoltare ogni programma o a vedere ogni trasmissione.
Non credere che, perché giri per le strade del mondo, tu possa guardare impunemente tutti i manifesti e possa comprarti dal giornalaio o in libreria qualsiasi pubblicazione indiscriminatamente.
Non credere che, perché sei nel mondo, ogni maniera di vivere del mondo possa essere tua: le facili esperienze, l’immoralità, l’aborto, il divorzio, l’odio, la violenza, il furto.
No, no. Tu sei nel mondo. E chi non lo vede?
Ma tu non sei del mondo[1].
E questo comporta una grande differenza. Questo ti classifica fra coloro che si nutrono non delle cose che sono del mondo, ma di quelle che ti sono espresse dalla voce di Dio dentro di te. Essa è nel cuore di ogni uomo e ti fa entrare - se l’ascolti - in un regno che non è di questo mondo, dove si vivono l’amore vero, la giustizia, la purezza, la mansuetudine, la povertà, dove vige il dominio di sé.
Perché molti giovani scappano nell’Oriente, come ad esempio nell’India, per trovare un po’ di silenzio e cogliere il segreto di certi grandi spirituali che, per la lunga mortificazione del loro io inferiore, lasciano trasparire un amore (…) che impressiona tutti quelli che li avvicinano?
E’ la reazione naturale al baccano del mondo, al chiasso che vive fuori e dentro di noi, che non lascia più spazio al silenzio per udire Dio.
Ahimè! Ma occorre proprio andare in India, quando da duemila anni Cristo ti ha detto: “rinnega te stesso… rinnega te stesso…”?
Non è del cristiano la vita comoda e tranquilla; e Cristo non ha chiesto e non ti chiede di meno, se lo vuoi seguire.
Il mondo t’investe come un fiume in piena e tu devi camminare contro corrente. Il mondo per il cristiano è una fitta boscaglia nella quale bisogna vedere dove mettere i piedi. E dove vanno messi? In quelle orme che Cristo stesso ti ha segnato passando su questa terra: sono le sue parole.
Oggi Egli ti ridice:
“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.
Ciò t’esporrà forse al disprezzo, alla incomprensione, agli scherni, alla calunnia; ciò t’isolerà, t’inviterà ad accettare di perdere la faccia, a lasciare un cristianesimo alla moda.
Ma c’è di più:
“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.
Che tu lo voglia o no, il dolore amareggia ogni esistenza. Anche la tua. E piccoli e grandi dolori arrivano tutti i giorni.
Vuoi scansarli? Ti ribelli? Suscitano in te l’imprecazione? Non sei cristiano.
Il cristiano ama la croce, ama il dolore, pur in mezzo alle lacrime, perché sa che hanno valore. Non per nulla fra gli innumerevoli mezzi che Dio aveva a sua disposizione per salvare l’umanità, ha scelto il dolore.
Ma Lui - ricordatelo - dopo aver portato la croce ed esservi stato inchiodato, è risorto.
La risurrezione è anche il tuo destino[2], se anziché disprezzare il dolore che ti procura la tua coerenza cristiana e quanto altro la vita ti manda, saprai accettarlo con amore. Sperimenterai allora che la croce è via, sin da questa terra, ad una gioia mai provata; la vita della tua anima comincerà a crescere: il regno di Dio in te acquisterà consistenza e fuori il mondo man mano scomparirà ai tuoi occhi e ti parrà di cartone. E non invidierai più nessuno.
Allora ti potrai chiamare seguace di Cristo:
“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.
E, come Cristo che hai seguito, sarai luce e amore per le piaghe senza numero che lacerano
l’umanità di oggi.
Chiara Lubich
[1] Cf Gv 17,14.
[2] Cf Gv 6,40.
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Parola di vita di settembre 2008
"Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male" (Lc 6, 27-28).[1]
"Amate i vostri nemici". Questo sì che è forte! Questo sì che capovolge il nostro modo di pensare e fa dare a tutti una sterzata al timone della propria vita!
Perché, non nascondiamocelo: qualche nemico… nemichino, nemicone lo abbiamo tutti.
E’ lì dietro la porta dell’appartamento accanto, in quella signora così antipatica e intrigante, che cerco sempre di sfuggire ogni volta che minaccia di entrare con me nell’ascensore…
E’ in quel mio parente che trent’anni fa ha recato un torto a mio padre, per cui gli ho tolto il saluto…
Siede dietro il tuo banco di scuola e mai, mai l’hai guardato in faccia, da quando t’ha accusato al professore…
E’ quella ragazza che ti era amica e poi ti ha piantato in asso per andar con un altro…
E’ quel commerciante che t’ha imbrogliato…
Sono quei tali che in politica non la pensano come noi, per cui li dichiariamo nostri nemici. (…)
Come c’è, e c’è sempre stato, chi vede nemici i sacerdoti e odia la Chiesa.
Ebbene, tutti questi e un’infinità di altri che chiamiamo nemici, vanno amati.
Vanno amati?
Sì, vanno amati! E non credere che ce la possiamo cavare semplicemente mutando il sentimento d’odio in un altro più benevolo.
C’è di più.
Senti cosa Gesù dice:
"Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male".
Vedi? Gesù vuole che vinciamo il male col bene. Vuole un amore tradotto in gesti concreti.
Vien da chiederci: come
La realtà è che Lui vuole modellare la nostra condotta su quella di Dio, suo Padre, il quale "fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti"[2].
[1]
Parola di vita, maggio
1978. Pubblicata su
Essere
[2] Cf Mt 5,45.
Questo è. Non siamo soli al mondo: abbiamo un Padre e gli dobbiamo assomigliare. Non solo, ma Dio ha diritto a questo nostro comportamento perché, mentre noi gli eravamo nemici, eravamo ancora nel male, Lui ci ha amato per primo[1], mandandoci suo Figlio, che morì in quella terribile maniera per ciascuno di noi.
"Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano…".
Questa lezione l’aveva imparata il piccolo Jerry, il bambino nero di Washington, che, per il quoziente alto di intelligenza, era stato ammesso ad una classe speciale con tutti ragazzi bianchi. Ma l’intelligenza non gli era bastata per far capire ai compagni che era uguale a loro. La sua pelle nera gli aveva attirato l’odio generale, tanto che il giorno di Natale tutti i ragazzi si fecero reciproci doni, ignorando Jerry. Il fanciullo ne pianse; si capisce! Ma arrivato a casa pensò a Gesù: "Amate i vostri nemici" e d’accordo con la mamma comprò doni che distribuì con amore a tutti i suoi "fratelli bianchi".
"Amate i vostri nemici… pregate per coloro che vi trattano male".
Che dolore quel giorno per Elisabetta, la ragazzina di Firenze, quando salendo i gradini per andare alla Messa si sentì deridere da un gruppo di coetanei! Pur volendo reagire, sorrise, ed entrata in Chiesa pregò tanto per loro. All’uscita la fermarono e le chiesero il motivo del suo comportamento che lei spiegò col fatto d’esser cristiana. Doveva quindi amare sempre. Lo disse con una convinzione infuocata. La sua testimonianza fu premiata: la domenica seguente vide tutti quei giovani in Chiesa, attentissimi, in prima fila.
Così i ragazzi prendono la Parola di Dio. Per questo sono grandi davanti a Lui.
Forse conviene che anche noi sistemiamo qualche situazione, tanto più che
saremo giudicati da come noi giudichiamo gli altri. Siamo noi infatti a dare in
mano a Dio la misura con
E’ grave? E’ penoso? Non ci lascia dormire al solo pensarlo? Coraggio. Non è la fine del mondo: un piccolo sforzo da parte nostra, poi il 99 per cento lo fa Dio e… nel nostro cuore un fiume di gioia.
Chiara Lubich